Il paese di Torti

Il paese di Torti è uscito per la prima volta nel 2017, nell’antologia Racconti dall’Abruzzo e dal Molise, della casa editrice Historica.

Scendevo le scale della torre. Fermai la discesa.
– Luigi, tua madre ha detto che dobbiamo andare in terrazza.
Il belvedere del paese di Torti era un cumulo di voci bianche, che si estendeva da un lato all’altro della piazza scorgendo il mare. I bambini erano vestiti a festa. Il parroco apriva le mani fissando il cielo e poi la folla, al ritmo forsennato delle parole della Pasqua, che per lui erano una specie di libertà, di santità – diceva.
Io guardavo.
– Dobbiamo, – ripeté Raffaello. Mio cugino aveva il naso grande, con le narici lunghe, aquilino. Aveva uno strano modo di respirare. Faceva un fischio.
– Arrivo, tra un po’…
Raffaello continuò a scendere. Mi affacciai meglio alla finestra di pietra. Mi ero fermato per cercare Matilde. Eravamo stati compagni di banco alle scuole. Con lei avevo esplorato ciò che potevo capire della mia terra – il paese, le campagne, la piccola cittadina che era accanto a una decina di chilometri. Avevamo fatto un viaggio nel nostro mondo con gradualità. L’avevo incontrata in un altro giorno di Pasqua, di venticinque anni prima. La sua famiglia si era trasferita a Torti da poche settimane. Il padre lavorava i pellami, e dalle nostre parti c’erano molte ditte che facevano i pellami, le borse, le scarpe. Io infatti li avevo sempre odiati i pellami, e ogni volta che ne dovevo comprare uno andavo su tutte le furie e mi nascondevo in giardino. C’eravamo conosciuti il giorno di Pasqua del ’90 o del ’91, a casa di una zia di mia madre. Matilde era vestita di bianco. Avevamo otto anni. A Torti c’era appena stata la messa sulla terrazza che dava sul mare, lei era vestita come si suole in una ricorrenza: con una gonna di pizzo che le scendeva morbida sulle ginocchia e poi quasi alle caviglie, un laccetto di seta che legava un fiocco al collo anch’esso bianchiccio come il collo dei nobili. Mentre io non ero vestito da cerimonia: ero vestito da calciatore, perché a quel tempo – chissà come – ero vestito continuamente da calciatore, coi nomi dei giocatori più banali stampati lungo la schiena, per dire che io volevo diventare come loro, uno di loro. Insieme a Matilde avrei fatto le medie, le superiori. Si sarebbe trasferita con me a studiare a Milano, lei Giurisprudenza e io Medicina, mentre vivevamo nello stesso palazzo in due appartamenti diversi nei pressi di Porta Venezia. Si era sposata. Con uno. Avvocato come lei. Uno sfigato. Io invece, a trentatré anni, non avevo la benché minima idea di sporcare la voglia di piacere da giovane chirurgo libero.
Mi squillò il telefono. Lo presi dal taschino della giacca, anche se già immaginavo chi mi stesse chiamando. Mia madre era stata istruita all’uso del cellulare. Esitai per individuare la sua posizione nella piazza: era vicino alla farmacia, suo grande sogno di paesana: il figlio farmacista, perché la farmacia Nardi era il riferimento del paese, e la famiglia Nardi i signori bene del paese, che abitavano in un palazzo tutto loro nella piazza del paese, così quando qualcuno le chiedeva cosa facessi io nella vita, lei non diceva che facevo il medico, magari con orgoglio, diceva che avrei voluto fare il farmacista.
Non risposi. Ripartii. Scesi le scale della torre fino in fondo. Lo feci accarezzando le mura, con la parte dei polpastrelli più vicina all’unghia, quasi a grattare. Uscii nella piazza. I rumori e la luce mi vennero addosso. Mi addentrai. Addentrarsi nella folla durante una messa in piedi, in un paesino, vuole dire essere passato in rassegna dalle mani, che ti sfiorano rugose per il lavoro, la cura delle case, e che mi facevano perdere tra le loro carezze ciò che ogni persona mi stava dicendo: non ti vedo da anni; sei diventato un uomo; non puoi far altro che essere di successo.
Arrivai da mia madre. Indossava una camicia scura e un cappellino di paglia. Era seduta su una sedia del bar. C’erano i miei tre fratelli, mio cugino Raffaello, e in lontananza s’intravedeva anche mio padre, defilato.
– Vai a prendermi una bottiglia di minerale, – disse lei. – Tanto lo so, che a te la Pasqua non interessa.
Andai. Il barista era un lontano parente. – Luigi! – esclamò. – Come te la passi?
– Bene. Vorrei una bottiglia d’acqua, naturale.
– Puoi prenderla in frigo –. Brandiva un’arancia da spremere al cliente a fianco.
Andai verso il frigorifero. Non tornavo al paese da un paio di anni. Ero stato lontano da Torti, preso solo dalla carriera. Due anni senza vedere nessuna delle persone con cui ero cresciuto. Se Massimo, il maggiore di noi, non avesse alzato la voce, forse non sarei più sceso.
Presi la bottiglia. Pagai. Fuori si sentiva solo la predica di don Gino nelle casse.
Mia madre aveva la mano in alto per ripararsi dal sole. – Quando puoi, va’ da tuo padre e digli che poco prima della fine della messa possiamo andare.
Io le allungai l’acqua e mi avviai. Il nostro vecchio stava con le braccia conserte, appoggiato al palo, con i suoi occhiali da sole. Lo avvicinai e lui fece un sussulto. Non era un tipo di tante parole.
– Mamma dice che vuole andare via, fra non molto.
Annuì. Poi fece segno con la mano che aveva sonno.
– Il pranzo chi l’ha preparato? – chiesi.
– La zia –. Si aggiustò le sopracciglia con le dita. Accennò una smorfia strana. Mise le mani in tasca. Fece uno schiocco con la bocca. Togliendo i Ray-Ban. Forse era passata qualche donna che gli piaceva. Non mi girai.
– Va be’, pa’, – dissi. – Io allora vado.
Non sembrò sorpreso. – E allora vai…
Presi la strada di casa. Era ancora presto, ma ero un pesce fuor d’acqua alla terrazza. Le strade di Torti erano strette e lunghe, “sghembe” le definivo io: perché sembrava che l’armonia geometrica dei sampietrini non esistesse.
Il pranzo di Pasqua della zia era celebre. Il numero degli invitati sarebbe bastato a renderlo famoso. I miei genitori sedevano ogni anno allo stesso posto, con il rigore metodico che li contraddistingueva: in fondo al tavolo, verso l’abitazione, poco prima del capotavola, che era uno dei signori più anziani e veniva venerato.
La festa era imbastita di bianco. I bicchieri alti affusolati. C’erano le uova dipinte, che ogni anno erano diverse, di colori discordi, dal blu dell’acqua al colore spento della terra. Un fiocco di seta verde tenue le ricopriva, e doveva essere stato annodato con pazienza, la sera precedente, pensai, con la precisione di una sarta. Intorno ci proteggevano tre case, di pietra fredda, che dava l’idea di essere facile da sbriciolare, da perdersi nella strada di mattonelle sghembe, ruvide, dava l’idea di non essere fatta per stare lì per sempre.
I cento e oltre personaggi a fare da sfondo al pranzo erano stati per me il ritratto preferito dell’umanità: c’era ogni caratteristica di un uomo, ogni essenza non nascosta, tra le più disparate, ed era stato uno dei modi in cui avevo scoperto il mondo negli anni in cui ero cresciuto a Torti, in cui avevo avuto la formazione più vitale: in parte solo osservando un rito nella mia terra.
L’uomo di cui non avrei mai fatto a meno era il postino. Si chiamava Marco. Quand’ero bambino era una delle persone più giovani che incontravo. A Torti non rimanevano in molti. Trovavano strade diverse. Io stesso lo avevo fatto. Diventava un posto fantasma, in cui nessuno poteva riconoscersi. Così Marco, che si chiamava come il fratello che mi era meno simpatico, era stato un punto di riferimento, con la sua perenne allegria e gioia di stare al mondo. Aveva il sorriso come espressione solita. L’avevo conosciuto perché lui si fermava a parlare, d’estate, quando la scuola era finita. E io nel giardino lo stavo a sentire. Capivo di essere nel posto giusto per imparare qualcosa.
A quel pranzo lo salutai da lontano. I suoi ricci era diventati bianchi, non aveva più capelli sulle tempie. I solchi che gli deturpavano il viso si erano fatti più prominenti: ora mi sembrava che soffrisse.
Mia zia metteva di lato un enorme buffet. Io partivo dal dolce, che con il vino mi piaceva in maniera particolare.
Mi avvicinai a Matilde.
– Quando torni a Milano? – dissi.
Non ci sentivamo da settimane.
– Torno martedì –. Mise il piatto sul tavolo e si sedette delicatamente.
Feci cenno di aver capito. Non scambiavamo mai troppe parole di fronte a Ugo. Non ci lasciavamo andare. Era diventato un rapporto ambiguo. Non che avessimo qualcosa da nascondere. Ma lui non riusciva a non essere geloso di me, che con Matilde condividevo molto più cose e che nella vita ero riuscito a costruire una carriera importante.
Era la donna perfetta. Lo dicevano tutti. Aveva i capelli ricci neri, che facevano delle brevi onde fino alle spalle, le labbra carnose, rosse, che toccava spesso. La sua carnagione era chiara. Prima di fare l’avvocato aveva intrapreso una carriera di cantante di soul, per poi invece sfruttare la sua laurea, dopo il matrimonio. Io l’avevo sconsigliata, sia di sposarsi che di abbandonare la musica.
Marco, l’uomo che era stato il mio postino, mi guardò. Lo vedevo in fondo, che stava solo, piegato sul piatto appena conquistato tra la folla. Gli feci un saluto. Lui rispose. Si avvicinò.
– Porti ancora le lettere a casa nostra? – dissi. Era a un paio di metri. Non capì, glielo dovetti ripetere. – Porti ancora le lettere? – E questa volta la frase suonò peggio, come lo volessi sminuire.
– Sì –. Sorrise, nel suo modo. Appena avevo iniziato a parlarci si era rotta la maschera di tristezza; i capelli bianchi, le tempie pelate, i solchi sul viso adesso mi sembravano segni placidi del tempo e non della sofferenza. – Sono venuto ieri per dare la posta a tua zia… – Abbassò lo sguardo un attimo e proseguì: – Aspetta in piedi, fuori al cancello. In vestaglia. Arriva in strada immediatamente dopo che sono ripartito, e ho fatto chiasso col motorino, un rumore che tra queste mura rimbomba.
Gli ammiccai a mia volta. Era dopotutto Marco, una delle persone che avevo più stimato: avevo ancora una sorta di reverenza nei suoi confronti. Fece un cenno con la mano a una persona dietro di me.
Io dissi con imbarazzo: – Non vieni mai su, al nord? – Era un modo classico per dire qualcosa quando al paese non sapevo più che fare.
– No. In realtà non mi muovo.
Sentii appoggiare una mano sulla spalla. – Sei tornato, Luigi? – Una voce femminile. Mi girai. Era una donna che non ricordavo. I suoi lineamenti… Rimasi senza risponderle. Poteva avere una cinquantina d’anni. Aveva i capelli dorati, ricci, le labbra sottili, il rossetto rosso e un lieve trucco sugli occhi.
– Ti presento Sara Antonelli. È del paese –. Marco indicò la donna.
– Ricordo poche persone di qui.
Lei annuì. Mi accarezzò la maglia. – Vado un attimo al buffet. Sono arrivata ora –. Girò su se stessa. Notai che era una donna bellissima.
– Chi è?
Marco rise. – È Sara Antonelli.
– E quindi? Dovrei conoscerla?
– Tutti la conoscono.
– Suo marito?
– Non ne ha mai avuto uno.
– Quindi è sola?
Lui esitò. Non rispose.
Mi uscì senza remore ciò che pensavo del mio paese: – È il paese di Torti, un posto che si chiama come il contrario delle ragioni.

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Le differenze, recensioni

Dicono del romanzo breve Le differenze:

«Perché questo titolo, Le differenze? Si vive per sé stessi o per accontentare gli altri? Perché si parla di tutte quelle differenze che caratterizzano ogni essere umano, quelle scelte/non scelte che ci conducono verso un sentiero di irrimediabilità o felicità momentanea.»
— Irene Cambriglia, I Bookanieri

«Federico Di Gregorio racconta una storia piacevole che vogliamo accompagnare con la degustazione di un infuso vivace e sempre diverso. Un Tè Aromatizzato, scegliete voi l’aroma, sarà il compagno ideale per questa simpatica lettura.»
— Roberto Bagnato, Leggo con tè

«Un libro che ho trovato confuso, nel senso positivo del termine, pieno di vita, di emozioni e avvenimenti, nonostante le sole 77 pagine.»
— Erika Dossena, La Libreria di Mommy

«Un saggio che affronta il rapporto con il talento, il diverso modo di approcciarsi di ogni personaggio sia all’errore sia alla quotidianeità.»
— Rosanna Sanseverino, Sole e luna blog

Il paese di Torti, in libreria

Il racconto Il paese di Torti è nell’antologia di Historica dedicata agli scrittori abruzzesi e molisani. Dalla quarta di copertina: Storie del passato, storie del presente, storie che oltrepassano la sfera della finzione, storie che richiamano emozioni e ambizioni della nostra realtà quotidiana. Storie che Historica Edizioni ha cercato di raccogliere in questo volume dedicato agli autori abruzzesi e molisani, separati solo da confini geografici ma accomunati da un’unica e indissolubile passione: la letteratura della vita.

L’ordine degli universi

L’ordine degli universi è un racconto di 2481 battute, scritto per la rivista Pastrengo. LINK

In Turchia chiamano il Mar Mediterraneo “Ak Deniz”, mare bianco. Marco lo ascolta dire in televisione mentre incarta un enorme uovo di cioccolata, con dentro un rossetto scuro, perché Denise ama i trucchi scuri, e ama le uova di cioccolata. […]

Le differenze

Le differenze affronta il rapporto con il talento, l’approccio al tema dell’irrimediabilità. È la storia di un giovane atleta che esplora l’esistenza mentre scopre la storia di un dipinto, di un incidente stradale, vive un amore che sembra non poter esistere. Bernard cerca se stesso; abbandona la carriera nell’atletica leggera per seguirne un’altra da pianista. Ama osservare le differenze, tra le persone. È un romanzo di luoghi onirici e città, situazioni di vita quotidiana e vicende paradossali. I personaggi sono metafore delle complesse sfaccettature dell’interiorità di Bernard, che le descrive al lettore.

In tutte le librerie online, per Delos Digital, il romanzo breve Le differenze. La collana Odissea Digital è a cura di Franco Forte.